Layla Yusuf, candidata nella lista Europa in Comune nel prossimo Congresso di +Europa

Premessa

L’Occidente negli ultimi 50 anni ha mandato aiuti in Africa e in definitiva non si è curato del risultato; questo ha creato nel continente africano un gruppo d’élite che ha escluso dalla ricchezza la maggioranza della popolazione causando instabilità politica. I quattro cavalieri del disastro dell’Africa – corruzione, malattia, povertà e guerra – possono facilmente attraversare i confini internazionali, mettendo in pericolo gli europee tanto quanto la vita degli africani. Naturalmente, il denaro rubato dai politici corrotti e spedito su conti bancari europei può finanziare le attività illecite e terroristiche – guerra, povertà e malattia – sono le cause dell’ondata di rifugiati privi del diritto di voto e d’immigrati irregolari che possono caricare le economie occidentali di oneri eccessivi.La Cina, all’opposto, manda in Africa capitali ingenti, promuove B2B, penetra nella popolazione e in cambio pretende di guadagnare; grazie a questo atteggiamento, molti africani ottengono posti di lavoro, strade, cibo, e (almeno per il momento) la promessa di una parvenza di stabilità politica.

 

La manovra cinese in Africa è già iniziata:

l’Europa sta trascurando questo fenomeno a suo rischio e pericolo. C’è ancora posto per le formule superate di sviluppo e le vecchie istituzioni di ieri hanno ancora un ruolo? Di sicuro non nell’aiutare l’Africa a raggiungere davvero una crescita durevole e attenuare la povertà. L’Europa può scegliere di trascurare tutto ciò, ma ormai, che piaccia o meno, la Cina è vicina, ed è in Africa che si consoliderà la sua campagna per il predominio globale. L’economia viene per prima, e quando sarà finalmente entrata in possesso delle banche, della terra e delle risorse in tutta l’Africa, la sua crociata sarà conclusa. Avrà vinto. Che la dominazione cinese sia nell’interesse dell’africano medio oggi è irrilevante. Questo però non significa sottovalutare quanto gli africani si preoccupino della libertà e dei diritti: lo fanno, ma nell’immediato una donna nella zona rurale si preoccupa meno della libertà democratica nei prossimi quarant’anni che non di mettere il cibo in tavola oggi. La Cina le promette cibo in tavola oggi, istruzione per i suoi bambini domani, e un’infrastruttura su cui possa fare affidamento per sostenere i suoi affari nell’immediato futuro. L’errore compiuto dall’Occidente è stato dare qualcosa al nome del potere dei politici. Il segreto del successo della Cina invece è che la sua penetrazione in Africa è solo affaristica.

 

Che fare con la proposta Italiana “Migration Compact”?

Suscita molto perplessità il fatto che quelli che continuiamo a definire come nuovi aiuti allo sviluppo siano diretti per oltre la metà a rafforzare la capacità dei governi africani di gestire le frontiere, o a finanziare i rimpatri volontari dei migranti bloccati lungo la rotta. In questo modo non si fa niente per affrontare la radice del problema, che è il sottosviluppo. Si rischia invece di destabilizzare contesti già fragili, sottraendo risorse provenienti dai traffici irregolari senza però sostituirle con sufficienti opportunità di occupazione regolare. Inoltre, in un contesto in cui le rimesse verso l’Africa subsahariana (gira intorno 37 miliardi di dollari) contano quasi quanto gli aiuti allo sviluppo (46 miliardi), non è detto che i limitati aiuti aggiuntivi (poco più di 1 miliardo all’anno da qui al 2020) siano sufficienti per convincere chi vuole partire a voler restare. L’aumento degli aiuti allo sviluppo verso i paesi africani è un obiettivo importante a prescindere dal fenomeno migratorio, ma l’azione in tal senso può dare frutti solo nel lungo periodo, e solo se specificamente finalizzata a uno Sviluppo Economico tangibile e a creare occupazione nei paesi d’origine. È anche nell’interesse italiano e delle nostre PMI, insistere sulle B2B Partnership, gli accordi tra Europa e paesi di origine dei migranti in Africa subsahariana, senza però pretendere che facciano miracoli e con la consapevolezza che bisognerà riformarle in profondità, magari creando una “agenzia europea per la gestione investimenti mirati in B2B” tra gli imprenditori italiani/europee e quelli africani.