Giuseppe Candido, candidato nella lista Europa in Comune nel prossimo Congresso di +Europa

 

La questione dei cambiamenti climatici che come corollario causa bombe d’acqua sempre più frequenti, la questione del dissesto idrogeologico e dei conseguenti costi per la società, in termini di vite umane e in termini economici, come europeisti e federalisti, non le possiamo ignorare.

 

Quando parliamo di dissesto idrogeologico, dobbiamo ricordarci che si tratta di quel dissesto idrogeologico “frutto” del disastro ideologico e partitocratico che ha (s)governato per sessant’anni il territorio, e che a “strage di leggi” – di leggi dell’Uomo e di Leggi della Natura – consegue sempre strage di Popoli. E non che dubbio che la questione ecologia sia anche strettamente legata all’economia.

 

Alberto Ronchey in un articolo su La Repubblica, del 30 ottobre 1991, scriveva che:

“Malgrado lo smisurato debito pubblico nazionale, la spesa pubblica trascura da quarant’anni (oggi sessanta, ndr) le opere di prioritaria necessità. Eppure, impegnare più risorse materiali e tecniche per evitare disastri costerebbe di gran lunga meno che riparare e risarcire i danni, migliaia di miliardi l’anno.Troppi ministri e legislatori favoriscono spese anche dissennate, che assicurano immediati vantaggi clientelari o elettorali, mentre non si curano delle opere a utilità differita benché fondamentali e vitali. La loro idea di manutenzione pare simile a quella che in India ispira gli amministratori discendenti dalla casta dei Marwari, o strozzini: si cambia la corda all’ascensore solo quando s’è spezzata”.

 

I Costi

Il rapporto sullo stato del territorio italiano 2010 curato dal Centro Studi del Consiglio Nazionale dei Geologi titolato “Terra e sviluppo”, ha affrontato nel dettaglio il tema del “costo dei rischi” della mancata prevenzione.

Nello studio si definisce“quanto” gli eventi calamitosi, dissesto idrogeologico e terremoti in primis, abbiano inciso e continuano ad incidere sui costi del nostro Paese.

I dati raccolti hanno definito “i costi complessivi dei fenomeni idrogeologici e sismici a partire dal 1944 al 2009”.

Negli ultimi quarant’anni si sono verificati numerosi eventi di dissesto che hanno avuto effetti catastrofici. Tra i principali quello di Firenze nel 1966, a Genova nel 1970, ad Ancona nel 1982, in Val di Fiemme nel 1985, in Valtellina nel 1987, in Piemonte 1994, in Versilia nel 1996, a Sarno e Quindici nel 1998, a Soverato e nel Nord-Ovest dell’Italia nel 2000, in Valbruna nel 2003, a Varenna, a Nocera Inferiore e a Cassano delle Murge nel 2005, ad Ischia e a Vibo Valentia nel 2006, a Messina nel 2009. Quelli del 2010, 2014 e 2018 in Calabria, in Veneto e in Campania erano sono sotto gli occhi di tutti.

E, sempre secondo lo studio, “questa crescente incidenza degli eventi catastrofici corrisponde ad un progressivo aumento del rischio idrogeologico legato all’aumento del territorio antropizzato e all’espansione del tessuto urbano spesso in aree instabili che ha interessato il territorio nazionale a partire dal dopoguerra”.

Nel complesso, lo studio “ha portato a stimare i costi complessivi del dissesto idrogeologico e dei terremoti, a prezzi 2009, tra un valore minimo di 176 miliardi di euro e uno massimo di 213”.

La differenza è da attribuire al costo dei terremoti che, a seconda delle fonti informative, varia da 124 a 161 miliardi di euro.

 

L’Italia, con Regioni come la Calabria in testa, è un paese ad altissimo rischio idrogeologico al quale si aggiunge un elevato rischio sismico. Ciò che spesso sfugge è il “Quanto”, in termini macroeconomici, costi alle tasche degli italiani il malgoverno del territorio.

L’assenza di una cultura della prevenzione ha condizionato (e continua a condizionare) lo sviluppo, soprattutto nelle regioni, come la Calabria, dove l’abusivismo edilizio è stato, e spesso è ancora, un fenomeno rilevante. Oggi, però, sarebbe necessario cambiare rotta. Cambiare verso per passare dalla gestione delle emergenze, alla prevenzione e alla mitigazione dei rischi.

Sarebbe urgente e necessario, da un lato, avere un piano di ulteriori incentivi per l’adeguamento antisismico dell’edilizia e, nei casi più gravi, per la completa rottamazione degli edifici non adeguati a resistere alle scosse, e un piano straordinario per gli edifici pubblici e del patrimonio storico e artistico. E dall’altro un programma di risanamento e mitigazione delle aree a rischio idrogeologico.

 

Non è catastrofismo

E’ necessario prendere atto che piogge intense e concentrate non sono più straordinarie, ma una tipologia “normale” di eventi meteorici.

E se su tante cose l’Italia a 150 anni dalla sua Unità è ancora divisa in due, sul problema del dissesto idrogeologico è straordinariamente unita da una continuità geomorfologica e dai numeri che fanno impressione: quasi 470.000 le frane censite in Italia, per un totale di circa 20.000 chilometri quadrati. Più dell’ottanta percento dei comuni ha almeno un’area instabile per frana o rischio alluvioni all’interno del proprio territorio, percentuale che in Calabria sale al 100% dei comuni.

Mi pare ovvio che, nell’ottica di fare investimenti infrastrutturali piuttosto che assistenziali, il risanamento del dissesto idrogeologico -assieme all’adeguamento e/o la rottamazione edilizia pubblica ad elevata vulnerabilità sismica-, siano le opere che maggiormente potrebbero contribuire al rilancio economico del Paese. Non un’opera faraonica, come il Ponte sullo Stretto, non una spesa di tipo assistenziale.

Nella Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della Moneta, nel 1936, J.Maynard Keynes sosteneva che -in un’economia devastata da una debole domanda aggregata (come durante la Grande depressione)-, il governo – o, più in generale, il settore della pubblica amministrazione – ha la possibilità di incrementare la“domanda aggregata” che serve a creare occupazione, tramite la spesa pubblica per l’acquisto di beni e/o servizi.

Quello che servirebbe è un grande piano europeo di rientro dal debito ecologico, un piano federale e federalista, ma di stampo keynesiano, con interventi pubblici “mirati”, da effettuare subito, e senza timore di far crescere il debito pubblico. Perché questi costi sarebbero soldi ben spesi in investimenti e non in assistenza.

 

Un piano ecologico d’interventi

Un piano ecologico d’interventi che rilanci l’economia attraverso le opere necessarie per la messa in sicurezza idrogeologica, sismica e ambientale del territorio, così tanto per non dimenticare quei tanti siti inquinati regionali o classificati come siti di interesse nazionale ma di cui, evidentemente, non importa più a nessuno.

Un censimento nazionale della vulnerabilità sismica degli edifici, realizzato con progetti di pubblica utilità, cui segua l’adeguamento sismico o la completa rottamazione dei fabbricati “spazzatura”, non in grado di resistere alle scosse di cui per anni ha parlato il Prof. Aldo Loris Rossi.

Infine una riflessione: si può limitare il consumo di suolo ed essere, allo stesso tempo, liberali?

Certo, come giustamente sostiene da tempo Michele Governatori, nel documento Ecologismo liberale, in cui si raccolgono solo alcune delle proposte di Radicali italiani, per rispettare davvero l’ambiente e curarne la qualità, sarebbe importante “considerare il valore economico delle risorse naturali già a livello comunale e salvaguardare il diritto delle generazioni future ad avere ancora accesso a risorse di pari valore”.

Bisogna promuovere una legge, una direttiva epopea, per la quale il territorio sia considerato come un “valore patrimoniale” conferito dallo Stato al Comune, e per il quale il Comune ha il dovere di contabilizzarne la perdita e ricostituirne il valore economico nel proprio bilancio, magari facendo investimenti compensativi” in maniera da non incentivare l’interesse al consumo di suolo.