di Andrea Maori

Sembra necessario dimostrare che, prima ancora di essere un ideale, l’Unione Europea è una condizione irrinunciabile: settant’anni di pace interna in un contesto che ha conosciuto solo storie di guerra fin dai tempi di Asterix si sono mantenuti perché finalmente i popoli e i loro governi hanno capito che non è la guerra il solo modo di superare i conflitti e tutti gli Stati si sono impegnati a convergere in politiche complementari, fondate sull’interesse comune per consenso.

Certo, negli anni ’90 la guerra è arrivata ai confini europei di allora, nei Balcani, con la conseguente deflagrazione della ex Jugoslavia: un massacro fratricida, mentre l’Europa stava a guardare. Molte ferite sono ancora aperte, mentre Croazia e Slovenia sono già entrate nella grande famiglia, accolte anche per la dote che hanno portato con sè. Serbia, Macedonia, Albania, Montenegro, Bosnia e Kosovo arriveranno, se riusciranno a consolidare la loro economia.

L’Italia è tuttora – per ricchezza – l’ottavo paese del mondo.

Nell’apatia che ha contraddistinto trent’anni di relativo benessere generale, è cresciuta la disattenzione politica alle dinamiche di sistema e addirittura si è impiantata un’antipolitica gretta e rancorosa. Nel contesto mondiale e nei singoli paesi (che qualcuno vorrebbe tornare a chiamare nazioni, con i relativi eserciti) sono fortemente cresciuti gli squilibri prodotti da quello che è sempre il vecchio “capitalismo”, spesso sull’orlo della crisi definitiva, sempre in recupero scambiando miliardi ogni minuto sul web e allargando la forbice tra i ricchi diventati super-ricchi e i non-abbienti, sempre più ignari dello stato reale delle cose, nonostante l’estensione dell’obbligo scolastico. Se l’Europa non apre fronti di guerra che non siano economici, non demorde dall’esercizio violento delle armi in guerre che sembrano lontane ma sono mediterranee. Per non parlare del genocidio di Srebrenica e dell’incapacità dell’Europa di avere una politica estera e della difesa propria che impedisse di trovarsi corresponsabile dei quattro anni di assedio a Sarajevo.

“Questa” Europa non infatti è quella sperata, tuttavia pare ancora essere comunque il meglio di quello che si può trovare in giro per il mondo.

Sia Trump che Putin, aspiranti egemoni, sono interessati al fallimento dell’Unione Europea, che potrebbe diventare un polo scomodo: nella sostanza sono in gioco i diritti liberali e la democrazia di 27 paesi (28, se l’Inghilterra disconoscesse la Brexit). Senza il rafforzamento della strategia relazionale e dialogica fin qui tenuta, il prossimo Parlamento potrebbe trovare al proprio interno maggioranze sovraniste, non pacifiche.

Per questo l’idea forte di un’Europa pacifica, accogliente, democratica, che sappia proiettare nel domani i vecchi ideali novecenteschi di “giustizia e libertà”, è ancora l’orizzonte nel quale si gioca il futuro della nonviolenza.

Ma l’Unione europea si posiziona al secondo posto per il valore delle esportazioni di armi nel mondo con una alta percentuale di esportazioni di pistole e fucili. Il primo Stato dell’area è la Francia seguita dal Regno Unito e dalla Germania.

Le regioni che più ricevono le armi sono Medio Oriente e Asia (in particolare Arabia Saudita e Filippine). Anche l’Africa sta aumentando la quota di armi, sia in termini di aiuti militari sia con acquisti. Non sono rari gli esempi di scambio militare tra governi per ragioni politiche, geopolitiche, di sicurezza internazionale o economiche. Essendo l’industria militare ad elevatissimo contenuto tecnologico, richiede investimenti molto costosi A differenza delle armi nucleari, chimiche e batteriologiche, non esiste un trattato internazionale che regoli in modo coerente il commercio internazionale delle armi tradizionali. La comunità internazionale si è dotata della Convezione del 1907 “Hague IV” e della Convenzione delle Nazioni Unite su certe armi convenzionali (1981) riguardante l’uso di alcune classi particolari di armi considerate particolarmente nocive per il personale militare e per i civili, tuttavia non esiste nessun trattato o regolamento specifico sul commercio delle armi nel mondo.

Io credo che una formazione politica come +Europa debba seriamente porsi il problema del ruolo strategico dell’Unione Europea in questo scenario. L’Unione europea dovrebbe investire di più nella pace, non dare sussidi all’industria bellica, in pratica la maggior contraddizione con la nascita del progetto europeo fondato sulla pace. Io vorrei che l’Unione Europea investisse in posti di lavoro per progetti di ricerca che possano aiutare a prevenire i conflitti e che si tenesse a mente tutto il reticolo di esperienze disarmiste e nonviolente che esistono nel continente.. Anche questa è una sfida per gli europeisti convinti.