Alessandro Natili, candidato nella lista Europa in Comune nel prossimo Congresso di +Europa

 
Il 5 Dicembre scorso, la Banca Centrale ha inviata una lettera  ad un gruppo di banche europee (119) in merito al contenimento dei crediti deteriorati e quindi alla sostenibilità di lungo periodo del proprio bilancio di esercizio. Il tema riguarda da vicino soprattutto il settore italiano del credito, su cui pesa il fardello più rilevante dei crediti deteriorati su scala europea: a novembre, il sistema bancario contava 37,5 miliardi di sofferenze nette.
Per quanto riguarda in particolare il MPS, la BCE raccomanda di svalutare completamente entro il 2026 non solo i nuovi flussi di crediti deteriorati, ma anche lo stock che ha già in pancia. Per la Bce sul gruppo pesano: la scarsa redditività, inferiore agli obiettivi del piano strategico, e anche gli “impatti diretti e indiretti dello spread Btp-Bund, soprattutto considerando la significativa esposizione di MPS al debito sovrano italiano”, risultato questo delle turbolenze del mercato finanziario italiano a seguito delle aspre polemiche degli ultimi mesi circa il paventato rischio di sforamento dei parametri di Maastricht.
Il VP Matteo Salvini, commenta: “Il nuovo attacco della vigilanza Bce al sistema bancario italiano e a Mps dimostra ancora una volta che l’Unione Bancaria, voluta dalla Ue e votata dal Pd, non solo non ha reso più stabile il nostro sistema finanziario ma causa instabilità, colpendo i risparmi dei cittadini e un sistema bancario come quello italiano che aveva retto meglio di tutti alla grande crisi finanziaria del 2008″.
Ma come stanno veramente le cose?
Già prima della crisi del 2008 , alcune banche italiane hanno prestato in modo oculato, hanno attinto al mercato dei capitali appena hanno visto indebolirsi la situazione patrimoniale, hanno rinnovato il management secondo criteri meritocratici e adottato modelli di governance moderni.
Altre banche, non a caso alcune di quelle legate a Fondazioni bancarie, hanno fatto esattamente l’opposto, e si sono trovate in crisi: CariFerrara, Banca Marche, Cari Chieti , Banca Etruria , Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, MPS e CARIGE, venivano definite dagli stessi organi di controllo “refrattarie a sanzioni, raccomandazioni e prescrizioni della Vigilanza” . Queste banche hanno continuato durante la crisi ad erogare credito senza valutare il merito in maniera adeguata e sulla base di garanzie sopravvalutate; hanno adottato modelli di governance che hanno lasciato troppo spazio alla commistione tra chi dava e chi riceveva credito e ai conflitti di interesse; non hanno fatto ricorso ad aumenti di capitale al momento giusto; hanno continuato a distribuire dividendi per accontentare azionisti invece di guardare alla solidità della banca; hanno cercato di rafforzare il patrimonio vendendo titoli subordinati a piccoli risparmiatori che non sempre erano in grado di capirne il rischio, hanno fatto scelte di crescita sbagliate sulla base di business model obsoleti; hanno mantenuto in carica manager e amministratori incompetenti, che hanno nascosto o sottovalutato il deterioramento della posizione di bilancio delle rispettive banche.
Insomma, a 27 anni dalla legge Amato-Ciampi che prevedeva la graduale uscita dal capitale delle banche delle fondazioni, è stata la crisi più che la lungimiranza politica a compiere nella maggior parte dei casi un percorso che avrebbe dovuto durare pochi anni e invece si è trascinato senza costrutto per quasi tre decenni. 
Non è quindi imputabile alla UE, né tantomeno alla Banca centrale, responsabile magari del ritardo con cui si è dotata di strumenti di intervento anti-ciclici all’indomani della crisi  del 2008, né ad un puro caso se, le banche che più hanno sofferto in questo ultimo decennio, sono quelle rimaste impastoiate in quella politica, incorporata dalle Fondazioni bancarie, e che si era tentato di mettere alla porta con la Legge Amato-Ciampi. Ne hanno sofferto le fondazioni stesse, il cui capitale, troppo concentrato, non solo non è cresciuto ma si è addirittura ridotto, limitandone l’attività sociale. Ne hanno sofferto i risparmiatori “costretti” a soccombere a sconsiderate azioni di vendita di prodotti speculativi, non idonei al proprio profilo di rischio. Gli unici che non sembrano averne sofferto, ancora, i sono presidenti e consiglieri delle fondazioni, in qualche caso ancora convinti di potere per “diritto divino” sedere nei CDA delle banche di cui un tempo la loro Fondazione era azionista di riferimento.
Nella passata crisi finanziaria, semmai è stato proprio il ritardo con il quale il sistema nel suo insieme e le autorità bancarie nazionali ed europee in particolare hanno riconosciuto il problema ed hanno agito, la causa principale delle difficoltà di queste banche locali. Quindi oggi non possiamo che rallegrarci nel constatare che il sistema di vigilanza e di intervento anti-crisi europeo, sia effettivamente in grado di segnalare e quindi prevenire i focolai di crisi bancaria, indirizzando la politica di intervento delle singole nazioni, specie in una fase del ciclo economico pre-recessiva.
Anzi, proprio alla luce delle conseguenze vissute  della imperfetta vigilanza bancaria nazionale ed europea sui patrimoni di famiglie, Fondazioni e delle banche (e quindi sulla possibilità di erogazione delle stesse al sistema produttivo), che la proposta di completamento dell’Unione bancaria con l’istituzione del terzo pilastro, e cioè della Garanzia unica sui depositi, assume un importanza strategica di polita economica e monetaria per  nostro paese. 
Ancora una volta la diagnosi e la terapia suggerite dal governo in carica per risolvere le situazioni di crisi di alcune banche nazionali, magari tramite “trasfusioni” di denaro pubblico, e la contrapposizione ad un nemico esterno (questa volta “sotto le vesti”  della Banca centrale europea “prevaricatrice”), risultano mere risposte alla “pancia del paese” a fini di consenso. Oltretutto la errata diagnosi, ritardando la messa in campo di mirate politiche di governance bancaria e di riduzione dello stock di crediti deteriorati, sta sottoponendo la parte sana del sistema bancario al rischio contagio, con  conseguenze devastanti anche sui conti pubblici.  La verità è che sono stati proprio gli effetti della politica economica annunciata dal governo a contribuire indirettamente al peggioramento (attraverso l’allargamento dello spread), dei conti delle banche italiane, che come noto oggi detengono la gran parte del debito pubblico, a seguito della fuga negli ultimi mesi dei capitali esteri dal rischio sovrano italiano.